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Nel 2014 Sean Walker è stato rilasciato, dopo 24 anni passati in carcere per aver commesso un omicidio. Da allora ha iniziato a lavorare per aiutare gli altri. E Nathan Deal, governatore dello stato della Georgia, ha citato il percorso vincente di riabilitazione di Sean come esempio di cosa possa accadere quando ai detenuti vengono offerti i programmi di sostegno di cui hanno bisogno per reinserirsi nella società e nella vita produttiva. In questa lettera Sean racconta in che modo il Programma di educazione alla pace (PEP) lo abbia aiutato a rimettersi sui binari giusti.

Nel 1993 ho commesso l’azione più orribile che si possa immaginare: ho tolto la vita a un altro essere umano. Non solo ho distrutto la sua vita, la vita dei suoi familiari e la vita dei miei familiari, ma ho distrutto anche la mia.

Ho iniziato il mio viaggio alla ricerca di risposte. Come avevo potuto permettere a me stesso di arrivare al punto di credere che andava bene commettere questo crimine? La mia ricerca è iniziata da Dio.

La maggior parte delle risposte che ho avuto venivano da insegnanti spirituali. Mi informarono che lo spirito umano era naturalmente malvagio e che la mia natura malvagia alla fine aveva preso il sopravvento sulla mia coscienza. Quando accade questo, siamo controllati da emozioni inarrestabili e questo ci fa commettere peccati o atti peccaminosi. In altre parole, era naturale fare del male.

Questo non mi stava bene. Conclusi che se era naturale fare del male, allora fare del male ti doveva far sentire bene. Però non era così. Fare del male ti fa sentire malissimo, ti riempie di rimorsi e di rimpianti. Dunque fare il male non deve essere naturale. Fare del bene ti fa sentire bene, dunque le buone azioni devono essere naturali. E allora ho considerato le buone azioni come equivalenti a sentirsi bene e a sentirsi in pace. Dunque la pace deve essere naturale.

Nella mia ricerca spirituale ho iniziato a cercare la parola “pace”. Ho scoperto che la cosa principale che cercano gli induisti è “pace”, che Gesù salutava i suoi discepoli con la parola “pace” dopo che fu risorto e prima di ascendere al cielo. Gerusalemme è la “città della pace”. E non solo i musulmani si salutano vicendevolmente con una frase che significa “la pace sia con te”, ma la radice araba della parola Islam è “pace”.

Dunque, la pace era la risposta. Era quello che io non avevo. Era quello che avevo perso. Era quello che mi serviva. Era parte della mia natura. Era la mia natura.

Allora ho letto e ho studiato e ho pregato per avere pace. Ho digiunato per avere pace. Ho fatto sacrifici per avere pace. Ho imparato la parola “pace” in lingue diverse. Ho cercato di creare la pace nella mia cella, nel mio aspetto e tra gli altri detenuti. Gli agenti carcerari e il personale mi chiamavano “il pacificatore”. Riuscivo a portare la pace a tutti tranne che a me stesso.

Finalmente quando mi presentarono il Programma di educazione alla pace mi resi conto che cercavo la pace nei posti sbagliati. Cercavo dappertutto tranne che dentro di me. Prem Rawat mi ha detto che la pace vera era dentro di me. Ed è lì che comincia il viaggio.

Da allora ho iniziato a guardarmi dentro e non ho ancora smesso. Dopo che sono uscito di prigione, le lezioni di pace del programma erano così potenti che ho desiderato di condividerle con i miei fratelli che erano ancora in carcere, coloro cui non era stata ancora presentata la pace che giace dormiente dentro di loro.

Adesso ho l’onore di essere un facilitatore del Programma di educazione alla pace. Questa ricerca interiore della pace è l’unica autentica libertà e sento che non posso fare a meno di diffondere questo messaggio a quante più persone possibile.

Ringrazio Dio per il PEP.

 

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